giovedì 12 maggio 2016

I Fratelli Karamazov di Dostoevskij


A volte leggo per sfregio o per competizione.

Tempo fa un mio amico mi riportò l'intervista a una giovane lettrice di Fabio Volo, che più o meno recitava così:"ho letto anche i Fratelli Karamazov, perché me l’ha consigliato Fabio".

Potevo mai sottrarmi?

Però non l'ho comprato, me l'ha prestato l'amico di cui sopra ed era una di quelle edizioni che puoi usare come mattone per spaccare il cranio a qualcuno, con il prezzo in lire, le pagine sottili che nemmeno la carta velina e le parole scritte in Times New Roman 0,3... cioè così piccolo che dopo dieci pagine avverti un leggero senso di squilibrio senza aver bevuto.

Tutti sanno che quando leggi un classico devi cominciare dalla prefazione. Tutti tranne me, che l'ho saltata sempre e senza rimorso alcuno, almeno fino all’arrivo di Silvia nella mia vita.

Lei mi spiega le cose o almeno ci prova e ogni tanto inaspettatamente introietto il concetto e lo ricordo anche nel tempo. In questo caso però aveva magistralmente omesso che la prefazione è lo SPOILER per eccellenza. Tralasciando per ora la malattia acuta e cronica che colpisce tutti gli studiosi di letteratura russa, per la quale spero un giorno di aprire uno studio approfondito, la prima volta che mi scontrai con questa realtà  fu con Madame Bovary:

Io: "Ho appena cominciato la prefazione e 'sto tizio già mi dice che Madame Bovary muore? E che cazzo lo volevo scoprire da me!"

Silvia: "Ci si aspetta che chi si avvicina a un classico conosca già come va a finire…"

Io non so mai cosa rispondere quando fa così… mi dispiaccio e mi vergogno per cinque minuti, come mi consigliava il prof. di elettronica alle superiori, quando segnava gli errori sui compiti in classe.

By the way, conscia che avrei scoperto ogni cosa dopo la prima riga di prefazione, vengo colta alla sprovvista da un nome: Smerdjakov. Dostoevskij, già ti amavo ai tempi de "Il giocatore", ho un po' tentennato con "Delitto e Castigo", ma qua so che ci divertiremo tantissimo insieme.

Arrivo alla fine della prefazione, che già là è un'impresa… e si comincia.

Ora, tutti sanno che -patronimico a parte- i russi cambiano i loro nomi SEMPRE: Alexei diventa Alesa e fin qui magari, poi però da Dmitrij a  Mitja, come ci potevo arrivare mai? Per diverse decine di pagine ho pensato che fosse un altro personaggio e invece no... era sempre Dmitrij. Eppure, vi svelo un segreto, ho sconfitto i nomi russi adottando una tecnica sperimentata con la Mostra delle atrocità di Ballard: lì il protagonista cambia nome capitolo dopo capitolo, ma tre lettere rimangono uguali e a quelle mi so' aggrappata, a quelle e ad Eichmann in tutù per arrivare alla fine del libro con ancora un briciolo di lucidità.

Ma torniamo ai fratelli Karamazov.

All'inizio ci vengono mostrati tutti i personaggi (quelli che cambiano nome):

Il padre, Fedor - l’antipatia fatta vecchiardo, che poi tanto vecchiardo non è, teatrale e inaffidabile. Lui è il movente. È il motivo per cui i suoi figli, TUTTI i suoi figli respirano, agiscono e… impazziscono; i sentimenti che provano per lui li rendono vivi e quando lui viene a mancare anche i figli in modo diverso muoiono un po'. Cambiano, perché è il compito della tragedia cambiare chi ne fa parte.
Dmitrij, il figlio maggiore - la forza e l’irruenza.
Ivan, secondogenito - fratellastro di Dmitrj e fratello carnale di Alexsei. Il protagonista a cui l’autore sembra riservare meno spazio, ma sul quale secondo me confluiscono gran parte delle contraddizioni proprie della poetica Dostoevskijana (ho letto un saggio e mi sono montata la testa).
Alexsej, il figlio più giovane - il più mite e forse il più equilibrato. Il suo è un ruolo difficile e complicato e forse questo suo andare avanti e indietro è un tentativo per cercare di sfuggirgli.
Smerdjakov, what else? - il mio preferito a partire dal nome. Il figlio illegittimo, subdolo, rancoroso e malato.  
Il samovar e un salotto - perché c’è sempre un samovar, un salotto e donne che prendono il tè e un matrimonio da celebrare o anche solo un corteggiamento e rubli e kopeki da dare in dote o restituire.

Noi andiamo appresso ad Alesa, ma il protagonista non era Ivan? Sì che lo è, lo è sempre anche quando non c’è, ma il motore è Alesa e l'ingranaggio che non funziona è Dmitrij e a proposito… il suo interrogatorio è un meccanismo letterario che in tutte le sue parti risulta perfetto e raggiunge il suo massimo quando Dmitrij si rende conto del vero significato di quelle domande e del senso che gli altri attribuiscono alle sue risposte. Perché la verità non è mai una e sola, ma risiede negli occhi di chi guarda, ascolta e accusa. Dostoevskij è un maestro di ingranaggi, chiaramente Smerdjakov è il braccio, anzi il dito, la falange, l’appendice più esposta e fragile, quella sacrificabile…

Questo libro è una veglia, divisa in tre atti.

Fedor viene trovato morto e nel primo atto tutti i figli sono candidati perfetti per l’omicidio, anche se per carattere pare vincere Dmitrij, ma Dostoevskij ci insegna che non è mai la forza a trionfare quanto l'intelletto, soprattutto se subdolo, come quello di Smerdjakov. Ma non è meraviglioso che sia proprio questo il nome dell’assassino? Nel secondo atto più che l’omicidio del padre, sono gli eccessi di Dmitrij a farla da padrone. E infine, nel terzo atto c’è l’espiazione. Tutti i figli sono colpevoli e ciascuno avrà la sua condanna.

I Fratelli Karamazov è la risposta ad Amleto di Shakespeare, lo dice Freud nella sua post-fazione (sì, lo so, c’è pure quella e l'ho letta tutta, non vi dico), senza dimenticare che in quanto russo è un romanzo politico, una critica feroce e attenta della società in cui è perfettamente calato. Dostoevskij però aggiunge anche una critica altrettanto feroce al romanticismo e per fare questo spesso ricorre proprio alla figura del padre, alle sue azioni, ai suoi atteggiamenti esagerati e stucchevoli.

Le donne di questo romanzo, Agrafena Aleksandrovna e Katerina Ivanovna invece sono una certezza, una spalla, una cornice e una trama entro cui perdersi, solide, speciali, simili e antitetiche. Sono state rivali in amore, si sono odiate e al contempo si sono ammirate, persino desiderate forse: quando si condivide lo stesso desiderio è possibile che lo sguardo si sposti dall’oggetto alla controparte e che i propri sentimenti vengano traslati proprio su chi ci impedisce di essere felici.

Sul finale del romanzo, quando su tutti ricade l'urgenza per la fuga di Dmitrij, Dostoevskij dedica alle due donne uno scambio di gesti e battute che racchiude la complessità del loro rapporto e dei sentimenti che l'accompagna. È un po' come se l'una cedesse il passo all'altra, ma non c’è trionfo, ma solo la gravità del compito e… l'urgenza di partire. Noi non sapremo mai se la fuga di Dmitrij andrà a buon fine, perché non è quello che conta.

Non ho scritto di un sacco di pezzi, tipo tutta la faccenda sulla religione che permea il libro dall'inizio alla fine almeno quanto lo caratterizzano i passi di Alexei, l'instancabile Alesa che va da un posto all'altro… dall'inizio alla fine. Nessuno ha mai camminato tanto quanto Alexei nell'arco di mille e passa pagine.

Per chiudere: ma era davvero necessario il capitolo sulla giovinezza dello Starec Zosima?

Rita Porretto in arte Purriatto

3 commenti:

  1. Ho scritto duemila miliardi di parole e poi vado a mettere illegittimo con due g =_=, chiaramente è colpa della Mericone <.<°

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  2. Perché "colei che da anni tenta inutilmente di iniziarmi alla grammatica" cioè Silvia, ha corretto <3

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